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Internet e – in particolare – i social network, sono la patria di quel fenomeno che sta distruggendo la comunicazione civile, anche noto come “parlare senza sapere”.

Naturalmente questo articolo parte da un esempio tutto sommato banale, ma che vuole essere una piccola rappresentazione di una situazione molto più ampia, complessa e probabilmente anche un po' inquietante.

In questo post non voglio affrontare l’argomento di coloro che si improvvisano scienziati, economisti o medici, pur essendo in possesso a malapena della licenza media. Voglio parlare di quelli che si aggirano sui social network con l’ambiziosa pretesa di insegnare a perfetti sconosciuti, come dovrebbero vivere la loro vita. Ovviamente sulla base del nulla più totale, oltre ovviamente alla loro supponenza.

Per poter dare un quadro completo e contestualizzato è fondamentale raccontare l’origine di questa riflessione: ovvero una battuta di critica nei confronti dei gatti.

 Il pianeta Terra è zeppo di animali insulsi e inutili.

I gatti sono in cima alla lista.

Ho pubblicato questo tweet senza nessun tipo di contesto o argomentazione, ma soprattutto senza tag e senza hashtag. Sono due dettagli fondamentali, perché vuol dire che solo chi mi segue può (a meno di arrivarci indirettamente) incappare in questo tweet.

Per completezza di informazione, io posseggo quattro gatti domestici e ho avuto due cani per oltre 14 anni. Inoltre – in generale – amo gli animali, con una passione particolare per un quadrupede tanto snobbato, quanto sottovalutato, ovvero l’asino.

Il tweet nasceva da un episodio banale: una violenta baruffa tra gatti che mi ha svegliato in piena notte, provocandomi non poco disappunto, come potrete immaginare. Fatte le debite premesse, è evidente come il tweet fosse palesemente provocatorio, decontestualizzato e nato da uno sfogo.

È stato molto interessante osservare le reazioni che sono arrivate nelle ore successive. Riporto di seguito le due più eclatanti:

Dispiaciuto che ti abbiano tolto il primato? In effetti era l’unica cosa in cui potevi primeggiare.

Veramente in cima alla lista ci sono gli “umani” come te, insulsi inutili che twittano stronzate.

Oltre ad altri che non valgono la pena di essere riportati.

Ho risposto a queste persone invitandole gentilmente ad allontanarsi dalla mia bacheca, dal momento che sul mio profilo sono libero di pubblicare quel che ritengo opportuno. Stiamo parlando di un tweet a proposito di gatti, tra l’altro senza alcun tipo di accezione violenta o in qualsivoglia modo “minacciosa” verso la categoria. A questi soggetti ho fatto notare che, non avendo io usato tag o hashtag, erano stati loro ad attaccare briga, non di certo io a targettizzarlo in alcun modo.

Le risposte sono state svariate e complessivamente anche offensive, come se la colpa fosse mia, per aver pubblicato sulla mia bacheca, un tweet assolutamente innocuo e legato a una mia esperienza personale.

La cosa interessante è che, invece, dagli oltre quattrocento miei follower (a cui il tweet è apparso normalmente nel flusso della TL) non ho ricevuto alcuna reazione minacciosa. Al massimo un paio di battute scherzose, assolutamente ben accette, tra l’altro.

In tutto questo a nessuno – fossero essi follower o utenti terzi – è venuto in mente di chiedere la motivazione di tale affermazione. L’approccio è stato unidirezionale a difesa dei felini, a priori e con un fervore che nemmeno stessimo parlando di diritti umani. Questa cosa mi ha molto colpito.

Ho quindi ragionato su questa dinamica e provato a sintetizzare alcuni punti di riflessione, che spero possano essere condivisi e che, magari, possano dare adito ad un confronto costruttivo.

Approcciare il problema in modo cieco

In primo luogo vorrei far notare l’approccio quasi fondamentalista delle reazioni. Persone che non sanno nulla di me – tanto nella vita reale, quando in quella digitale – si sono sentite in diritto di attaccarmi frontalmente. L’attacco è stato diretto, personale e senza alcun margine di trattativa. Parliamo di persone con cui – ci tengo a ripeterlo – non ho mai avuto a che fare.

Avrei potuto accettare commenti critici, magari sarcastici o pungenti ma con margini di manovra. E invece no, un attacco massiccio e frontale degno di un crociato (o di un fondamentalista islamico).

Ignorare il contesto

A nessuno è nemmeno vagamente passato per la testa di chiedermi le motivazioni di tale affermazione. Le reazioni sono state dirette alla difesa dei gatti (chiariamo, i gatti sono un esempio per un ragionamento più ampio), senza sapere quali o quanti fossero. Io avrei potuto scrivere quel tweet per un motivo qualsiasi, magari dopo aver vissuto realmente un brutto episodio a tema felino.

La cosa interessante è che quando ho risposto a queste persone, spiegando che amo gli animali e che ne posseggo diversi, hanno proseguito con insulti anche peggiori.

Insomma, sarebbe stato legittimo aspettarsi una critica seguita da una richiesta di motivazioni, per contestualizzare l’affermazione, prima di emettere una accusa senza appello.

Impostare il discorso con superiorità

Le risposte ricevute hanno condiviso tutte un tratto fondamentale: io ho il potere di giudicarti.

Il tono è stato lapidario sin da subito e, anche dopo le mie risposte – riconosco piuttosto secche – che tentavano di argomentare, ho ricevuto un trattamento definibile “di sufficienza”. Come se il fatto di essere venuti sul mio profilo a massacrarmi per una cosa che non li riguardava, fosse una sorta di favore e quello in torto fossi io.

Agghacciante.

Parlare per niente

In generale l’esperimento di oggi ha confermato una tendenza che, da addetto ai lavori e utilizzatore di social di lungo corso, già conoscevo piuttosto bene. Ma penso che si debba riflettere molto su questo tipo di episodi.

È evidente che i problemi dei social e di Internet non sono le gattare in crisi da lockdown, ma vorrei che si riflettesse sull’ormai troppo diffuso modello di comunicazione passivo-aggressivo, di cui questo episodio è stato interessante esempio.

Provate a proiettare questo approccio in scenari come quello della politica, della scienza o della cronaca. Se un banale tweet sui gatti provoca reazioni così cariche di astio, rabbia e frustrazione, immaginate cosa possa succede sotto al tweet di un personaggio pubblico o – come siamo abituati a vedere – di un politico.

Io non so dire quali siano le motivazioni alla base di tale situazione, anche se penso che una scarsa educazione digitale, unita ad un vasto malessere sociale, siano in larga parte responsabili di un modello comunicativo che sta portando al collasso l’intero sistema.