BedoLabs Blog
Area dedicata ad articoli e approndimenti sul mondo IT

Spesso il mio lavoro si muove a cavallo tra Web, social network e fotografia e possiedo una sufficiente conoscenza di questi tre mondi, per potermi permettere di giudicare numerose campagne social in cui mi imbatto.

Quello che noto spesso e con estremo disappunto è una gestione veramente pessima di tale strumento, di cui ho notato un picco significativo in questo periodo di lockdown. Per via della improvvisa e imprevista situazione di chiusura generale, tante realtà commerciali si sono trovate a dover sperimentare questa soluzione, ma nella maggior parte dei casi in modo quantomeno…artigianale. A queste si aggiungono una vasta pletora di utenti presunti influencer, che facevano di peggio anche in tempi non sospetti.

Non parlerò dei contenuti testuali perché non sono l’oggetto di questo articolo, magari dedicherò un approfondimento a quell’aspetto più avanti. In effetti quello di oggi è un post di “sfogo” su cui rifletto da diverso tempo, quindi prendetelo per quello che è.

Vedo non vedo

Voglio concentrarmi su Instagram, per due motivi principali: Instagram è il social delle immagini (attenzione, non ho detto fotografie ma immagini) e Instagram è indubbiamente il social del momento. Non farò esempi diretti e non porterò screenshot per evitare qualsiasi tipo di incidente diplomatico, ma sono certo che alla fine di questo articolo, inizierete a farci caso anche voi nelle vostre TL.

Come detto, Instagram è il regno delle immagini. Che siano scatti con lo smartphone o incredibili panoramiche dal drone, lo scopo è colpire con contenuti ad altissimo livello di “fattore wow”: se poi prevedono anche avvenenti forme femminili, tanto di guadagnato.

E qui troviamo il primo punto di analisi, ovvero tutto quel sottobosco di utenti (maschi e femmine, ma in particolare le seconde) che pensano basti avere un bel fisico per fare una buona campagna social. Con una frequenza che definirei allarmante, mi imbatto in post sponsorizzati dove il soggetto umano viene presentato in modo quantomeno orrendo. Si trovano campagne social realizzate con foto mosse, sfocate, in controluce (non voluto) o scattate con dispositivi digitali probabilmente datati 1994.

Qui inserirei la prima delle mie considerazioni:

un seno in trasparenza o un culo ben posizionato vanno bene per fare like, ma non bastano per fare una buona campagna social.

Inoltre questo approccio non paga sul lungo periodo. Un post sponsorizzato che utilizzi una foto brutta può comunque dare buoni risultati se il soggetto è sufficientemente provocante, da compensare la bruttezza dello scatto. Tuttavia se – una volta guadagnato il follow – se la qualità media dei contenuti continuerà ad essere bassa nel tempo, i nuovi follower tenderanno ad andarsene.

Dal lato opposto troviamo coloro che pensano di essere i nuovi Helmut Newton e – armati della reflex entry-level comprata a Natale – si lanciano in creazioni post-moderniste tipo finti scatti rubati con sapienti vedo-non-vedo realizzati grazie a camicette slacciate. Il tutto dietro al casotto dei bagni della stagione del gruppo FS. Non è una battuta, di questo caso specifico potrei fare nomi e cognomi.

Qui vado ad inserire a seconda considerazione:

aggiungere frasi di Goethe a una foto fatta nel sottopasso di una stazione di provincia, non rende la foto una creazione artistica.

Considerazioni simili posso farle anche nel mondo del motociclismo, a cui dedico un certo impegno nel mandare avanti il mio brand Bedo’s Mototour. Anche qui vedo post sponsorizzati, dove l’immagine (o le immagini) scelte sono agghiaccianti.

Influencer vs aziende

Altro fenomeno è quello di artigiani e PMI che si avventurano in campagne social improvvisandosi social media manager. Anche in questo caso il rischio è di fare più danno che altro, scegliendo immagini del tutto non pertinenti, brutte o addirittura realizzando delle “locandine” a dir poco discutibili. Mi sono imbattuto di recente in uno di questi post, dove una scritta gialla campeggiava su un fondale verde fluo, il tutto bordato di rosso. Una combinazione che indubbiamente colpisce, tanto da fare quasi male.

Mentre posso capire il dilettantismo nel mondo degli aspiranti influencer, non lo tollero in alcun modo nel mondo delle imprese. Che si tratti di un professionista, uno studio professionale o una PMI, bisognerebbe iniziare a capire che le modalità di comunicazione della propria immagine (letteralmente) aziendale deve essere curata e trasmettere affidabilità, non dilettantismo.

Questione di budget

Mi rendo conto che, in particolare in un momento come questo, allocare risorse per una campagna social possa essere ritenuto superfluo, ma rivolgendosi al giusto professionista è possibile combinare budget e risultati.

Non è necessario ingaggiare Oliviero Toscani per realizzare una campagna social ben fatta da punto di vista visivo, così come non serve necessariamente investire migliaia di euro in advertising. Quello che bisogna sempre tenere a mente è che i social – in tutte le loro varianti – hanno logiche e dinamiche che vanno rispettate per poter ottenere buoni risultati.

Rimango quindi dell’idea che una campagna social non fatta sia comunque meglio di una campagna social realizzata male.